mercoledì 13 novembre 2013

MOLIERE IN BICICLETTA dal 12 Dicembre al cinema



IL FILM

Dopo il successo trionfale al botteghino francese, dove ha totalizzato oltre un milione di spettatori, arriva in Italia Molière in bicicletta, la nuova commedia di Philippe Le Guay, regista de Le donne del 6° piano.

Serge ha abbandonato la carriera d’attore per ritirarsi in una casetta sull’Île de Ré, dove vive come un eremita. A interrompere il suo burbero isolamento arriva Gauthier, amico e collega sulla cresta dell’onda, che gli propone di recitare insieme a teatro Il misantropo di Molière. Serge è scettico, ma chiede a Gauthier di restare qualche giorno per provare entrambi la parte del protagonista, Alceste. L’amicizia ritrovata, la poesia di Molière e l’incontro inaspettato con una donna italiana, Francesca, sembrano restituire a Serge la gioia di vivere, ma i rapporti tra i tre si riveleranno meno facili del previsto…

Grazie a un formidabile trio d’attori, Molière in bicicletta intreccia arte e vita in un gioco di specchi raffinato e a tratti esilarante, rendendo omaggio al mondo del teatro e al fascino e alla fragilità dei suoi protagonisti.

 


NOTE DI REGIA di Philippe Le Guay

Pedalando con Fabrice

Stavo preparando Le donne del 6° piano e cercavo di ottenere il consenso di Fabrice Luchini per interpretare la parte del protagonista. Fabrice è abbastanza distratto: dimentica i copioni nei taxi o nelle stanze d’albergo. Un giorno sono dovuto andare personalmente sull’Île de Ré a portargli una nuova copia, ma mentre raggiungevo casa sua in bicicletta mi sono perso. Fabrice è venuto a cercarmi, anche lui in bicicletta, e ci siamo ritrovati insieme a pedalare lungo gli stagni. Io allora gli dico: “Sei un vero misantropo, confinato nel tuo rifugio!”, e lui inizia a declamare l’inizio dell’opera di Molière, interpretando alla perfezione i due ruoli principali, Alceste e Philinte. La conosceva praticamente a memoria. È proprio in quel momento che il film e il titolo, Molière in bicicletta, si sono materializzati davanti ai miei occhi.

 


Serge e Gauthier

Il personaggio di Serge Tanneur si ispira dunque a Fabrice. Al suo amore per i testi, alla sua tendenza alla misantropia: da tempo cova il desiderio di ritirarsi dal mondo, ma fortunatamente non lo mette in atto. Inoltre, spesso facciamo discussioni infinite sulle persone e su noi stessi: lui sostiene che cose come la generosità non esistono, poiché ognuno fa unicamente i propri interessi, mentre a me spetta la parte dell’ingenuo che vede tutto rosa e crede nell’altruismo. Fabrice è pragmatico, io sono indulgente. Anche se lui pensa che la mia indulgenza sia solo una maschera che indosso per lusingare il mio narcisismo. E forse non ha tutti i torti… In ogni caso, il personaggio di Lambert Wilson rappresenta il mio punto di vista. Gauthier è una star televisiva, convinto di dover essere accondiscendente con le persone a tutti i costi. Lui stesso non si fa illusioni sulla qualità di quello che fa in tv, ma proprio per questo vuole interpretare Alceste: ha qualcosa dentro, nel profondo, che vuole difendere.


Il mestiere dell’attore

Durante le prove, Serge e Gauthier hanno punti di vista opposti sul testo e volevo che tornassero più volte a discutere sugli stessi argomenti. Anche per questo ho deciso di attenermi alla prima scena del primo atto, che riassume le posizioni di Alceste e Philinte, l’eterno problema della scelta tra verità e indulgenza. Il testo è così ricco e inesauribile che non ci si stanca mai di ascoltarlo e ognuna delle otto prove è girata in un modo specifico. Mi sono ispirato alle grandi scene di duello di film come Scaramouche di George Sidney: combattimento dopo combattimento, il vantaggio passa dall’uno all’altro contendente. Fabrice e Lambert sono stati meravigliosi nell’accettare di mostrare gli errori e le incertezze di due interpreti che affrontano un testo simile. È come se il pubblico potesse assistere ai retroscena del lavoro dell’attore, a come procede il suo sforzo creativo.


Seduttrice o misantropa?

In questa nostra rilettura de Il Misantropo avevamo bisogno di una Célimène, ma nell’isolamento della location era impossibile farne una seduttrice, come nell’originale. Ho deciso per l’opposto: il personaggio di Maya Sansa è ancora più misantropo di quello di Fabrice! Esce da un divorzio doloroso, è ferita e arrabbiata, una specie di Cioran al femminile. Malgrado questo, doveva essere una donna molto attraente e Maya, che ho molto amato per le sue interpretazioni in Buongiorno, notte di Bellocchio e Voyez Comme Ils Dansent di Claude Miller, mi è sembrata perfetta per il ruolo.


Dal porno a Molière

Ho inserito il personaggio di Zoé, la giovane pornostar, perché trattandosi di un film sugli attori pensavo sarebbe stato divertente raccontare quello che può considerarsi il grado zero del mestiere. Serge e Gauthier le chiedono di leggere dei versi della commedia per farsi gioco di lei e, a sorpresa, la sua freschezza di interpretazione produce un’emozione inaspettata.


Giochi di potere e riconciliazioni

Il film parla della libertà dell’attore e sarebbe stato assurdo impedire a Fabrice e Lambert di contribuire con l’improvvisazione, ad esempio quando si lanciano nella parodia dei modi di declamare gli alessandrini. In ogni caso, non volevo scavare nei loro ricordi personali o metterli a nudo come amano fare certi registi, procedimento che a me sembra piuttosto una specie di fantasia di potere.


E a tal proposito, malgrado non ne avessi inizialmente l’intenzione, il film parla anche di questo, della lotta per il potere. Gauthier si mette nelle mani di Serge e si aspetta di essere messo alla prova: è vulnerabile e Serge gioca con la sua aspirazione, ma alla fine lo vediamo liberarsi da questa dipendenza. È un tema serio, affrontato in modo leggero. D’altra parte, Gauthier restituisce a Serge la gioia di vivere: Serge passa dalla misantropia dolorosa e vendicativa dell’inizio a un nobile distacco, finché nel finale sulla spiaggia si riconcilia con se stesso. Insomma, questi due uomini in qualche modo finiscono per farsi del bene l’un l’altro.

 

lunedì 7 ottobre 2013

UN CASTELLO IN ITALIA


 
IL FILM

 
Accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes, dov’era l’unico film in concorso diretto da una donna, Un castello in Italia segna la terza prova da regista di Valeria Bruni Tedeschi, dopo È più facile per un cammello... e Attrici.

 
In parte autobiografica, la storia racconta l'inizio dell’amore fra Louise e il giovane Nathan, proprio nel momento in cui la famiglia di Louise vive un drammatico declino: suo fratello Ludovic è gravemente malato e i debiti costringono la madre a vendere la grande casa di famiglia, il castello in Italia.

 
Una commedia agrodolce, che alterna puro divertimento a momenti di autentica partecipazione, sorretta da un cast eccezionale: oltre la stessa Bruni Tedeschi, Louis Garrel e Filippo Timi, spiccano anche altri due attori italiani, Pippo Delbono e Silvio Orlando.




LA CRITICA

Brava Valeria e bravi tutti gli attori che l’accompagnano. I temi del film sono dei più seri con un tono che riesce a essere insieme scherzoso e piacevolmente malinconico e una messa in scena di contagiosa leggerezza.
Paolo Mereghetti Corriere della Sera

Con Un castello in Italia si ride, si piange, si pensa, al ritmo di un film che segue sempre il cuore dei suoi personaggi con un divertimento, una libertà di tono, un gusto per l’invenzione che sorprende e commuove.
Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un film intimo, scanzonato, libero. Valeria è regina di cuori!
Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano

La Parigi e l’Italia di Valeria fanno vibrare la corda intima dell’emozione. La protagonista, come una maga, disegna le traiettorie dei suoi sentimenti col sorriso candido di una ragazzina.
Cristina Piccino Il Manifesto

Il modo mai compiacente dell’attrice-regista di parlare di se stessa, passando dal riso al pianto, è un vero numero da equilibrista. È l’arte di filmare cose serie con leggerezza. Un film dannatamente bello.
Stéphanie Lamome Premièr

Una casa è molto più di una semplice abitazione, come racconta il film di Bruni Tedeschi, uno dei più riusciti visti a Cannes, grazie a uno stile disinvolto e intelligente, ironico e profondo. Il cast è straordinario.
Scott Foundas Variety

Bruni Tedeschi alterna abilmente toni drammatici e scene ultracomiche, grazie a un ritmo perfetto. A lei spetta la Palma per le risate più fragorose all’ultimo Festival di Cannes.
Louis Guichard Télérama

Un castello in Italia si tiene in un equilibrio miracoloso tra personale e universale e arriva a commuoverci sul filo del rasoio. Un film pieno di pudore e di leggerezza.
Yannick Vely Paris Match

NOTE DI REGIA
di Valeria Bruni Tedeschi

La nascita del film

Fin dall’inizio, era mio desiderio pensare a Čechov e più precisamente a Il giardino dei ciliegi. Volevo raccontare la storia di una famiglia, di un fratello malato, con un castello, un parco, dei ricordi e la vendita di quel castello che riecheggia la fine di un mondo. Il giardino dei ciliegi e in generale la “musica” di Čechov mi hanno accompagnato durante tutte le fasi del film: la scrittura, la preparazione, le riprese e il montaggio. Più concretamente, la stesura del copione è iniziata con la collisione di due sequenze opposte, collisione che ha dato al film il suo impulso vitale. C’è la scena in auto tra Louise, la protagonista, e Nathan, il suo fidanzato. Litigano e non sappiamo perché, i dialoghi sono quasi astratti… A un certo punto capiamo che hanno un appuntamento per un’operazione di fecondazione artificiale. L’altra scena è quella all’ospedale, tra Louise suo fratello, Ludovic, che è molto malato. Lei annuncia di essere incinta e la speranza di una nascita si affianca alla paura della morte. Sono due elementi opposti che interagiscono dando il via alla storia.

 


Una storia familiare, una storia d’amore

Un castello in Italia racconta al tempo stesso una storia familiare e una storia d’amore. Credo sia più facile, in generale, scrivere una storia familiare piuttosto che una storia d’amore. C’è qualcosa di originale e attraente nella famiglia del film, qualcosa di immediatamente romanzesco. Ho immaginato di girare il film nel castello che un tempo è stato davvero la nostra dimora di famiglia. Ne ho conservato delle immagini forti, molto precise e dettagliate. In confronto, la storia d’amore è stata a lungo meno reale e palpabile nel copione e l’intervento di Louis Garrel nella creazione del suo personaggio è stato determinante affinché le due anime del film si equilibrassero. D’altra parte, nel racconto del rapporto tra fratello e sorella ci sono stati due film decisivi che mi hanno influenzato: Il giardino dei Finzi-Contini di De Sica e Salto nel vuoto di Bellocchio. In entrambi vi è la storia di un fratello e una sorella troppo vicini, pericolosamente vicini. Qualcosa di innominabile li lega e anche se non è possibile per loro definirlo, quel qualcosa esiste.


Una coppia fuori dagli schemi

Louise e Nathan non sono una coppia convenzionale. Sono diversi per età, classe sociale e hanno ossessioni diverse. Si potrebbe dire che sono una coppia “strana” e la maggior parte delle persone non ha i loro problemi. Lei vuole un figlio ma è troppo avanti con gli anni; lui non è più sicuro del suo lavoro malgrado abbia successo. Ma ciò che è davvero notevole in questa storia d’amore è qualcosa di più universale: sono due persone che stanno per annegare e si aggrappano l’uno all’altra per salvarsi. E, misteriosamente, ce la fanno.


 
Due identità, due lingue, due voci

Sento di avere una doppia identità, italiana e francese, e lo stesso vale per il film. La mia lingua madre è l’italiano, la mia infanzia è stata in Italia e anche quando mi sono trasferita in Francia ho frequentato la scuola italiana a Parigi. I miei primi amici e i miei primi amori sono stati italiani. Il francese invece è per me la lingua dell’età adulta. Mi sento più forte con il francese. Sarebbe difficile scrivere qualcosa di personale senza passare da una lingua all’altra, perché la musica di entrambe è parte di me. Si tratta di due voci, nel vero senso della parola: in italiano, la mia voce è più profonda e rauca che in francese. Anche il personaggio di Louise ha queste due voci.

 
 
Momenti di fede

L’aspetto religioso è molto importante nel film. Da una parte c’è il mio personaggio che è in cerca della fede, dall’altra quello di mia madre, che con la fede ha un rapporto intimo, di dialogo: ha discussioni animate con la Vergine Maria, con cui litiga e si riappacifica. È una persona capace di “momenti di fede”, di bagliori che la rendono più sicura e la fanno andare avanti. Louise è incapace di sentire questi “momenti”, ma, rispetto alla madre, si può dire che è incapace in generale di avere una propria vita: non ha bambini, non ha un marito, né un lavoro, né la fede. Per questo motivo il suo rapporto con la religione è assurdo e grottesco, fatto di rituali, superstizioni e tensione nervosa.

 
 
Filippo

Fisicamente, Filippo Timi non corrispondeva affatto all’attore che avevo immaginato per il ruolo del fratello. Neanche ci somigliamo. Poi, vedendo gli screen test, si è rivelata una connessione tra noi che mi ha sorpresa. Si tratta della scena di Barbablù: dicevamo delle cose pensandone altre, avevamo lo stesso sottotesto. Recitavamo insieme qualcosa di diverso da quello che la scena raccontava. Si sentiva l’infanzia comune e l’ambiguità: eravamo da subito fratello e sorella. E la stessa sintonia, in modo del tutto naturale, è scattata tra Filippo e mia madre.


 
La scelta di una madre

Marisa Borini, mia madre nel film e nella vita, è stata molto coinvolta nel film, in tutta la lavorazione. Per il fatto che suo figlio, mio fratello, sia morto davvero, interpretare questa parte le ha procurato più dolore di quanto immaginasse. Ma quando ha letto il copione mi ha detto: «Sarà difficile, ma voglio che nessun’altra abbia questo ruolo». Quando una madre perde un figlio, il dolore è così profondo, costante e onnipresente, che fare un film non cambia la situazione. E in ogni caso, la sua scelta, anche se ardua, è dovuta al fatto che è una vera artista. Era una pianista, ora è un’attrice: l’arte è l’ossigeno che ha bisogno di respirare.

lunedì 2 settembre 2013

LO SCONOSCIUTO DEL LAGO dal 26 Settembre al cinema




IL FILM

Dopo lo scandalo e le ovazioni della critica al Festival di Cannes, dove ha ottenuto il Premio per la miglior regia nella sezione Un Certain Regard, esce in Italia in versione integrale Lo sconosciuto del lago, firmato dal regista di culto Alain Guiraudie.

La riva di un lago, in estate, è il punto d’incontro della comunità gay in cerca di sesso occasionale. Tra i frequentatori più assidui c’è il giovane Franck, che presto si innamora dell’uomo più ambito della spiaggia, Michel. Anche quando scopre che Michel nasconde un segreto sconvolgente, Franck sceglie di affrontare il pericolo e vivere la sua passione fino in fondo…

Provocatorio e struggente, questo noir anticonformista ha sorpreso il box office francese con incassi vertiginosi, candidandosi a diventare anche in Italia uno dei casi cinematografici dell’anno.

NOTE DI REGIA
di Alain Guiraudie

L’erotismo di Bataille
Sarebbe esagerato dire che Georges Bataille è all’origine del film, ma la sua celebre frase “l’erotismo è l’approvazione della vita fin dentro la morte” mi ha fatto un’enorme impressione. L’avevo dimenticata, ma proprio durante la pre-produzione de Lo sconosciuto del lago mi è capitato di parlarne e ho capito che era rimasta a lungo nascosta nella mia testa. Ho anche realizzato che altri aspetti della filosofia di Bataille coincidono con i miei interessi, soprattutto il suo modo di legare i temi dell’erotismo, della politica e dell’economia, intesa nel senso più ampio e vitale del termine.

L’emozione dell’amore, l’oscenità del sesso
Con questo film volevo raccontare cosa significa l’ossessione amorosa e fino a che punto può arrivare. Sono partito da un mondo che conosco molto bene, estrapolandone gli elementi che più mi interessavano: il sole, l’acqua e la foresta sono intensamente erotici e poetici al tempo stesso. L’amore e la passione possono essere sentimenti edificanti, ma hanno una natura principalmente sessuale. L’obiettivo era di affrontare questo contrasto creando delle sequenze in cui l’emozione dell’amore si combinasse con l’oscenità del sesso, senza tenere la nobiltà dei sentimenti da una parte e le funzioni triviali degli organi sessuali dall’altra. Tutto ciò ha richiesto ovviamente un grande investimento da parte degli attori e la domanda chiave è diventata presto: fino a che punto riusciranno a spingersi? Ma anche: fino a che punto io stesso voglio portarli?

Realismo e utopia
Avendo quasi raggiunto i 50 anni, ho capito di aver vissuto una crisi esistenziale e estetica perpetua. Fin dall’inizio della mia carriera ho girato film non convenzionali, capaci di reinventare il mondo e resistere agli schemi del naturalismo. Il mio ultimo film prima de Lo sconosciuto del lago, Le roi de l’évasion, parlava di un uomo gay di mezza età che si innamora di una teenager. Ovviamente potrebbe anche accadere, ma si trattava di un prodotto della mia immaginazione, di una fantasia personale. Così ho deciso che era tempo di guardare al mondo per quello che è, senza adattarlo ai miei desideri. Al punto in cui sono, credo che il compito del cinema sia confrontarsi con la realtà, anche se sempre da una prospettiva nuova. Il discorso imperante oggi sull’utopia mi infastidisce, poiché questo termine è stato reclutato nel linguaggio del marketing. È il mondo in cui viviamo che ha bisogno di nuovi orizzonti, non un mondo di fantasia.

Un equilibrio delicato
Volevo anche smettere di mantenere le distanze dal racconto e entrare nel cuore della storia: provare le fitte dolorose del desiderio, renderle palpabili. Con i miei collaboratori abbiamo cercato di costruire nel film un dialogo continuo tra immaginazione e concretezza, mantenendo un equilibrio delicato tra thriller e commedia, tra ordinario e straordinario. La presenza del mondo esterno è espressa nel film quasi interamente tramite il suono. Abbiamo deciso da subito di eliminare la musica e usare solo suoni ambientali, registrati sul campo. Inclusi quelli che solitamente vengono considerati rumori da cancellare, come il suono delle auto e degli aeroplani che passano casualmente. Questi suoni ambientali (il vento, gli insetti, gli uccelli) creano una sinfonia che tiene il film saldamente ancorato alla realtà.

Sesso, spontaneità e consumo
La sessualità espressa nel film, attraverso il personaggio di Franck, ha una spontaneità quasi infantile, libera da tutte le pressioni sociali, dal matrimonio, dalla procreazione. In realtà non è sempre così, nel mondo gay come in quello etero. Dopo la liberazione sessuale degli anni settanta, ci sentiamo quasi obbligati alla pratica del sesso. Riguardo alla comunità gay, dagli slogan ironici e libertari di una volta siamo passati a dimostrare per il diritto di matrimonio. Qualcosa si è perso per strada. I posti per incontrarsi in libertà come la riva del lago nel film sono sempre meno e vengono sostituiti da sex club con ingresso a pagamento. Gli interessi economici hanno avuto il sopravvento sull’amore libero e la società dei consumi include il sesso stesso come oggetto di consumo. Tutto ciò è alienante. Ho creato il personaggio di Michel pensando proprio a questi cambiamenti sociali. Michel è un cercatore di piacere, un consumatore di sesso con un fisico da surfista. È forte, sicuro di sé, emotivamente freddo e una volta che si è divertito con qualcuno se ne libera.

Metafore incrociate
Occorre coltivare la propria unicità per parlare dell’umanità in generale, per provare a raggiungere un minimo di universalità. Ci sono molti film etero che sono diventati metafore del mondo gay e si può dire che io abbia voluto fare il contrario: un film a tematica omosessuale che può diventare una metafora della società odierna, del desiderio e dell’umanità in generale.



LA STAMPA INTERNAZIONALE


LE MONDE
Recensione di Jacques Mandelbaum (18 maggio 2013) ★★★★★

Quante volte hanno giocato quel tiro mancino a Thierry Frémaux? Quello del “ma che ci fa qui questo film invece di stare là?”. Una vera formula vincente. Si può dunque rincarare la dose senza paura. Perché Lo sconosciuto del lago è un film di una tale forza, di una tale audacia, di una tale bellezza, che si ha un bel daffare, ma non si può pensare in un’altra sezione che non sia il concorso. L’autore si chiama Alain Guiraudie ed è originario di un Sud-Ovest che produce fantasia e trasgressione come respira. E’ in questa terra occitana, in questa zona libera, che gli ebrei in fuga durante l’Occupazione hanno trovato la migliore accoglienza. Il padre del sottoscritto, per esempio, si rifugiò a Villefranche-de-Rouergue, città natale di Guiraudie.

Torniamo al regista : uno che gioca forte, che inventa linguaggi, che ha concepito un western metafisico tra le rocce carsiche, un cacciatore di utopie, lo scopritore del proletariato gay nel momento del libertinaggio, autore di sei lungometraggi a partire dal 2000, tra i quali, per citarne uno, lo splendido e sensualmente politico Ce vieux rêve qui bouge (2001). Malgrado ciò, uno continua a divertirsi finché si sveglia una mattina con quasi 50 anni sulle spalle, almeno se si è nati il 15 luglio 1964 come Guiraudie. È l’ora, come si dice pigramente, del “film della maturità”. Uno scherzo niente male per un figlio del baby boom e del Maggio ’68, adepto dell’eterna giovinezza, omosessuale più o meno dichiarato e edonista inveterato.

Di tutto ciò Lo sconosciuto del lago fa un bilancio provvisorio e emozionante, portando l’opera di Guiraudie ad altezze mai raggiunte. Semplicemente perché, per la prima volta, il regista abbandona i limiti consueti del suo mondo per trasferirsi su un pezzo di spiaggia in riva al lago e mostrare la sua nudità di uomo e artista come mai aveva fatto in precedenza. A suggerirlo, peraltro, è anche il suo improvviso cameo all’inizio del film, che lo vede sdraiarsi in tutta tranquillità, con la chioma brizzolata e l’affare al vento. Questo film e la sua essenza filosofica si trovano descritte idealmente, mezzo secolo prima, da Georges Bataille ne La parte maledetta: “L’atto sessuale è nel tempo ciò che la tigre è nello spazio”. Un film quindi divorante, insaziabile, coraggiosamente metafisico. 

Ecco invece, giustamente, un resoconto più prosaico: da qualche parte in Francia, in estate, sulle rive di un lago vicino a un bosco, alcuni omosessuali di ogni età, tipo e condizione si ritrovano ogni giorno per celebrare discretamente i piaceri congiunti della natura e del sesso. Tra loro c’è Franck, giovane efebo che tutte le mattine si stende in riva al lago in cerca di scambi e avventure. Presto gli si offre un’alternativa.
L’amicizia ambigua di Henri, budda triste e panciuto, lasciato da poco dalla moglie e impaziente di dimenticare in mezzo ai bei ragazzi, offre a Franck la sua esperienza di vita e, al tempo stesso, un orecchio amico. Oppure la passione devastante di Michel, l’Apollo della spiaggia: corpo agile e muscoloso, baffi da conquistatore, aspetto distinto, capace di nuotare come uno squalo, promette a Franck inebrianti appagamenti.

Scelta puramente retorica, in ogni caso, anche se incarnata con forza, e la questione è presto risolta. Senza rinunciare alle sue conversazioni con Henri, Franck si getta tra le braccia di Michel. Piccolo problema: Michel, come lo stesso Franck ha capito, è un assassino. Peggio ancora: un serial killer di omosessuali.  Questo è almeno quanto ha dedotto Franck e con lui lo spettatore, che l’ha visto da lontano mentre, con ogni probabilità, annegava al crepuscolo un ex compagno un po’ noioso. Questo cadavere nel lago, come uno scheletro nell’armadio, svela la doppia natura del film. Lo carica di una suspense reale sul destino di Franck su questa Terra, ma è anche una rievocazione cruda e diretta di certi costumi omosessuali, dove il consumo ripetuto e insaziabile del desiderio è ipso facto una messa a morte dell’amore.

Con un grande gusto plastico, Guiraudie filma il tutto magnificamente, tra impianto contemplativo (ciascuna sequenza corrisponde a un giorno e si apre su una veduta del parcheggio prima di spostarsi sulla spiaggia) e thriller metafisico. Un cinemascope maestoso a luce naturale, gli infiniti riverberi del sole nel lago, la celebrazione mozzafiato del corpo maschile nudo, il sesso esplicito, rabbioso, nel bosco, un voyeur masturbatore onnipresente: Lo sconosciuto del lago è un A porte chiuse tragicomico a cielo aperto.

Tutto ciò riguarda l’insieme degli spettatori? Lo riguarda eccome. Perché pratiche sessuali e sociali vanno naturalmente di pari passo nel cinema di Guiraudie. Il suo piccolo teatro di godimento imperativo e ripetitivo rivela il vero rapporto osceno: quello del recupero dell’edonismo libertario da parte del sistema capitalista sotto gli auspici del consumo permanente e della mercificazione del mondo. Come conciliare una tale libertà con una tale alienazione? Vecchio destino del mondo moderno, se uno dà retta a Alfred de Musset: “Tutto quello che è stato non è più, tutto quello che sarà non è ancora. Non cercate altrove il segreto dei nostri mali” (Confessions d'un enfant du siècle, 1836).




CAHIERS DU CINEMA
Lo sconosciuto del lago è forse il film più bello di Guiraudie. Il regista non aveva mai attinto a una tale maestria di scrittura. Questo film si eleva al di sopra del contesto in cui si svolge per raggiungere la dimensione del mito. Il modo in Guiraudie reinventa il mondo attraverso il linguaggio, film dopo film, al fine di creare una propria mitologia, trova qui il suo culmine. Ormai, il suo cinema è una questione di spazi e di tempi, di fuoricampo e apparizioni. La natura stessa è divenuta astratta, immemore. Gli alberi, il vento, il sole, il lago saranno sempre lì, come gli uomini e le loro passioni venute dalla notte dei tempi.
Jean-Sébastien Chauvin ★★★★★

LES INROKUPTIBLES
Con questo film, un thriller oscuro e solare al tempo stesso, Guiraudie si impone come uno dei più grandi cineasti contemporanei. Ed è incredibile come un capolavoro del cinema possa sembrare semplice come bere un bicchier d’acqua: un lago, una spiaggia, un bosco, dei nudisti, tre personaggi principali, la durata breve…
Sulla carta, niente. In realtà, un gioiello di film capace di affrontare con umorismo e serietà temi come la vita, l’amore, la morte. È la regia infatti l’elemento decisivo del film: uno sguardo che non esprime giudizi sui protagonisti e fa da sismografo sensibile dei luoghi e degli elementi, che Guiraudie dispiega con una forza tranquilla, con limpidezza e con l’evidenza umile di ciascun istante. Un capolavoro, punto.
Serge Kaganski ★★★★★

L'HUMANITE'
Dietro le porte chiuse della tragedia, Guiraudie gira con magnifica sensualità gli abbracci della passione, in un “thriller sessuale” nel quale la natura stessa si abbandona al mistero. Mistero di un mostro immaginario che non vedremo mai, mistero di un predatore assassino, mistero degli incontri occasionali, delle carezze continue, dell’angoscia e del piacere. Accanto alla suspense amorosa e a un’indagine senza risposta, il mondo dei nostri dubbi e delle nostre paure è tutto lì, insieme alle nostre debolezze capaci di accogliere la gioia ma anche una scelta mortale di cui nessuno ci può privare.
Dominique Widemann ★★★★★




ALAIN GUIRAUDIE
regia, sceneggiatura

Nato nel 1964 a Villefranche-de-Rouergue da una famiglia di agricoltori, Alain Guiraudie dirige il suo primo cortometraggio, Les héros sont immortels, nel 1990. Con Ce vieux rêve qui bouge (2001) ottiene il Premio Jean Vigo e partecipa alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes: in quell’occasione, Jean-Luc Godard parlerà del film come il migliore di tutto il festival. Considerato uno dei più importanti cineasti indipendenti europei, grazie a Lo sconosciuto del lago ha conquistato il Premio per la miglior regia nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2013.

lunedì 24 giugno 2013

RAGAZZE CATTIVE - FOXFIRE dal 29 Agosto al cinema



IL FILM

Dopo 5 anni dal suo capolavoro LA CLASSE, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2008, Laurent Cantet torna con FOXFIRE - RAGAZZE CATTIVE. Tratto dal romanzo di culto di Joyce Carol Oates, Ragazze cattive, è il primo film in lingua inglese del grande regista francese

Anche per questo film il Cantet ha ingaggiato un cast straordinario di giovanissime attrici, raccontando le vicende di un gruppo di adolescenti di una piccola città dello Stato di New York negli anni ‘50: decise a vendicarsi delle umiliazioni subite dagli uomini, le protagoniste fondano la società segreta “Foxfire”, sfidando ogni regola sociale e scardinando il soffocante conformismo dell’epoca. Scopriranno presto, però, che la libertà ha un prezzo molto alto…

FOXFIRE - RAGAZZE CATTIVE è stato presentato in anteprima italiana durante la terza edizione del festival RENDEZ-VOUS - Appuntamento con il Nuovo Cinema Francese, all’interno di un focus speciale dedicato a Cantet. Il regista ha ricevuto inoltre il Premio Reset Dialogues, assegnato dall’Associazione culturale internazionale Reset Dialogues on Civilitation con la seguente motivazione: «Cantet è un grande autore che ha fatto della sua telecamera un occhio discreto ma puntualissimo nell’avvicinare scottanti temi sociali, con cuore onesto e non dimenticando la poesia del cinema. Molti lo definiscono il Ken Loach francese, in realtà il suo stile, a nostro avviso, scevro da ogni ideologia precostituita o retorica politica, cerca di mettere semplicemente a fuoco, con uno sguardo tanto umano, le contraddizioni della nostra società».

NOTE DI REGIA
di Laurent Cantet

Il mondo degli adolescenti
Il mio desiderio di adattare il romanzo di Joyce Carol Oates nasce anche dalla volontà di continuare a lavorare con gli adolescenti, dopo l’esperienza de La classe. Volevo osservare di nuovo questo momento della vita in cui tante cose si decidono senza averne piena coscienza. L’utopia di Foxfire - Ragazze Cattive inizia come un’avventura ludica. All’inizio, l’incapacità delle ragazze di proiettarsi nel futuro permette loro qualsiasi cosa. Poi, quando iniziano la vita in comune, devono confrontarsi con delle questioni adulte: problemi materiali, le inquietudini su quello che vogliono diventare. La loro evoluzione è anche un superamento dell’infanzia. 

Un film senza tempo
Molti film ambientati nel passato hanno qualcosa di “museale”, soprattutto nelle scenografie e nei costumi o nel linguaggio, che si sforza di integrare alcuni modi di dire dell’epoca. Noi abbiamo scelto di attualizzare la vicenda del romanzo di Joyce Carol Oates: non nel senso di trasporla ai giorni nostri, bensì di affrontarla al presente, ossia senza ricordare allo spettatore in ogni inquadratura che ci troviamo negli anni ’50. La regia stessa si divide tra un certo classicismo nel modo di affrontare il racconto e un approccio formale più diretto e “sporco” (camera a spalla, inquadrature di taglio documentaristico…). Il film acquista quindi un carattere quasi atemporale. 

Un’America diversa
Il cinema americano degli anni ’50 ha stilizzato la realtà costruendo un’iconografia idealistica che volevo evitare. Mi sono piuttosto ispirato a immagini documentaristiche dell’epoca, come il sublime libro fotografico di Joseph Sterling, The Age of Adolescence (1959-1964) o gli scatti di Bruce Davidson sulle bande di Brooklyn. Ho voluto ribaltare l’immaginario del sogno americano che proclama che l’avvenire è radioso e che tutto è possibile. L’America che mi interessa è invece quella descritta da Howard Zinn in Storia del popolo americano dal 1492 a oggi: è l’America della lotta di classe, dei movimenti per i diritti civili, degli scioperi, del pacifismo e della disobbedienza civile. Il vecchio Theriault è l’incarnazione di questa storia, quella di chi è rimasto indietro, dei dimenticati che hanno scelto una vita controcorrente. Le lotte di allora rimandano poi immancabilmente a quelle di oggi e l’atemporalità di cui parlavo è legata a questa intuizione. I primi giorni di riprese hanno coinciso con le sommosse inglesi dell’agosto 2011 e leggendo i giornali ero convinto che oggi Legs e la sua banda sarebbero scese nelle strade di Londra.

Prima dell’ideologia
Le protagoniste di Foxfire - Ragazze Cattive sono sottomesse tre volte: in quanto sottoproletarie, in quanto adolescenti, in quanto donne. Ma non dispongono di una cultura politica strutturata. Il vecchio Theriault fornisce a Legs un bagaglio ideologico, un sembiante di discorso politico che lei spesso cita senza neanche crederci troppo o senza capirne la portata reale. È una questione cruciale dei miei film: prima di arrivare a pensare le cose, a teorizzarle, come vengono vissute? Il loro comunismo viene cercato e costruito a livello di semplice esperienza. Legs lo incarna quando dà il suo denaro al gruppo, le ragazze nel loro desiderio di vita comunitaria, nel bisogno di vendicarsi degli uomini che le opprimono.

La libertà degli attori
Il mio metodo di lavoro consiste essenzialmente in un modo di tenere uniti il lavoro sull’immagine e la libertà degli attori. Il direttore della fotografia Pierre Milon e la sua équipe hanno utilizzato due macchine da presa digitali, così da filmare ogni scena nella sua interezza, senza l’obbligo di girare campi e controcampi separatamente e permettendo agli attori di entrare meglio in parte e permettersi anche di improvvisare Questo metodo richiede d’altra parte un impegno maggiore sulla scenografia e sull’allestimento del set, ma mi ha consentito di girare un film ”d’epoca” con lo stesso tipo di libertà con cui si affronta una vicenda contemporanea.


Trovare le protagoniste
Con La classe il casting era stato fatto attraverso una serie workshop in diverse scuole di Parigi, con studenti volontari che improvvisavano. Per Foxfire - Ragazze Cattive, invece, sono stato io ad andare a cercare le protagoniste. Ho passato un inverno a Toronto nei luoghi in cui potevamo incontrare degli adolescenti: scuole, spazi sociali di quartiere, centri d’accoglienza per giovani in difficoltà. I responsabili del casting hanno lanciato anche un appello su internet e provinato 500 ragazze. Ma un conto è trovare delle attrici convincenti, un altro è mettere insieme un gruppo affiatato, capace di incarnare una banda come Foxfire. È per questo che, una volta identificate le protagoniste, le ho fatte stare insieme per una dozzina di giorni, lasciandole improvvisare e integrando via via la sceneggiatura. Ciascun personaggio si è arricchito così della personalità delle varie attrici.

giovedì 23 maggio 2013

IL CASO KERENES_ dal 13 Giugno al cinema




IL FILM

Vincitore dell’Orso d’Oro e del Premio della Critica Internazionale all’ultimo Festival di Berlino, Il caso Kerenes (Child’s Pose) conferma il regista Călin Peter Netzer una delle voci più importanti del cinema europeo.

Cornelia è una donna ricca e potente a cui non mancherebbe nulla se non l’affetto del figlio Barbu, al quale dedica le sue attenzioni in maniera ossessiva. Quando Barbu è coinvolto in un tragico incidente, Cornelia si dimostrerà pronta a tutto pur di evitare che finisca in prigione, senza capire che la vera libertà a cui il figlio aspira può concederla solo lei stessa…

Netzer indaga con occhio impietoso la corruzione della società romena e di una nuova borghesia senza scrupoli, ma il centro emotivo del film rimane il rapporto di struggente intensità tra madre e figlio, affidato alla prova memorabile dei due protagonisti.


NOTE DI REGIA
di Călin Peter Netzer

Con il mio sceneggiatore, Răzvan Rădulescu abbiamo iniziato a lavorare su un progetto completamente diverso, ma che già era incentrato su dei conflitti famigliari. Poi lo abbiamo abbandonato per cominciare a discutere delle nostre vite e dei rapporti che abbiamo con la nostra famiglia, approdando alla fine al rapporto che abbiamo con le nostre madri, che abbiamo articolato sotto forma di finzione.
Nel film, si tratta di una relazione quasi patologica. È ambientata all’interno della classe alta anche perché è molto più probabile trovarvi un comportamento simile che non in quelle più basse. E proprio perché questa storia mi è molto vicina, volevo affrontarla nel modo più obiettivo possibile, convogliando sentimenti, idee, esplosioni emotive in un racconto dall’autenticità quasi documentaristica.


NOTE DI PRODUZIONE
di Ada Solomon

Ho già lavorato con Călin Peter Netzer e lo sceneggiatore Răzvan Rădulescu e sapevo fin dall’inizio che sarebbero stati una coppia perfetta per questo film: nel copione, infatti, ho riconosciuto immediatamente l’approccio fortemente emotivo di Netzer e la precisione chirurgica dello stile di Rădulescu. Pur essendo una radiografia della società romena contemporanea, soprattutto riguardo alla vita dei nuovi ricchi e alla corruzione crescente a tutti i livelli delle istituzioni, il film ha soprattutto una portata universale nella descrizione del rapporto fra madre e figlio, in cui tutti possono riconoscersi anche se a livelli diversi - e anche se spesso è difficile ammettere a se stessi questa identificazione. Ma il più importante risultato del film è secondo me quello di affrontare alcuni temi chiave altrettanto universali: il perdono, l’accettazione, la comprensione.

mercoledì 3 aprile 2013

VIAGGIO SOLA_dal 24 Aprile al cinema



IL FILM

Irene ha superato i quarant'anni, niente marito, niente figli e un lavoro che è il sogno di molti: Irene è l'“ospite a sorpresa”, il temutissimo cliente in incognito che annota, valuta e giudica gli standard degli alberghi di lusso. Oltre al lavoro, nella sua vita ci sono la sorella Silvia, sposata con figli, svampita e sempre di corsa, e l'ex fidanzato Andrea. Irene non ha alcun desiderio di stabilità, si sente libera, privilegiata.
Ma è vera libertà la sua? Qualcosa metterà in discussione questa certezza...

Dopo Le fate ignoranti e Saturno contro il grande ritorno della coppia Margherita Buy e Stefano Accorsi, qui diretti da Maria Sole Tognazzi in un film che mette al centro un'inedita figura femminile alle prese con l'amore, l'amicizia, il lavoro, la famiglia e il dubbio che la libertà confini con la solitudine.



NOTE DI REGIA
di Maria Sole Tognazzi

La grande assente del cinema di oggi
In buona parte dei film in circolazione oggi c’è un tema ricorrente: la famiglia. Ce ne sono di tutti i tipi: famiglie allargate, famiglie gay, famiglie scoppiate, famiglie di ex che si ritrovano e famiglie che si distruggono. Ma la grande assente in questo quadro è una figura che le statistiche danno al 17% della popolazione italiana – non proprio una minoranza – e in costante ascesa: lo scapolo di un tempo, che negli anni zero è la donna single e senza figli. Io e i miei sceneggiatori abbiamo pensato che fosse venuta l’ora di renderle giustizia. È così che è nata Irene, la nostra protagonista.



Unica ricetta per la felicità?
Viaggio Sola è la storia di una donna che ha passato i quarant’anni, che non ha figli né un lavoro stabile, ma non si sente per questo una fallita, anzi, è pienamente soddisfatta. In poche parole, un concetto quasi rivoluzionario, perché se una donna a quarant’anni è ancora sola, non ha avuto figli e non si affanna per averne uno anche a costo di trovare l’uomo sbagliato o un anonimo inseminatore; se questa donna ha un lavoro che ama, ma che le ha impedito di costruirsi un nido, una famiglia, state pur certi che tutti intoneranno la litania funesta che l’accompagnerà per il resto dei suoi anni: sbrigati a trovare un uomo e a fare un figlio, perché questa  sembra essere  l’unica ricetta per la felicità.



Un lavoro molto particolare
Irene ha un lavoro molto particolare, che la costringe a viaggiare sempre e accentua la sensazione di non avere radici: si presenta in incognito negli alberghi di lusso, e durante il soggiorno – ovviamente all’insaputa del personale – valuta se l’hotel ha uno standard sufficiente per mantenere la sua categoria. Qualsiasi  dimenticanza o sciatteria viene annotata: è un punto in meno. La vedremo nel corso del film compiere la sua meticolosissima ispezione in vari alberghi: tra le nevi delle Alpi, in grandi città europee, in Africa.

Due mondi distanti
Irene è il punto d'incontro tra due mondi che, nel nostro presente, sono più distanti che mai: i ricchissimi e i piccolo-borghesi che possono solo sognare quella ricchezza o viverla un’unica volta nella vita, magari in viaggio di nozze. Irene, fingendo di essere una ricca cliente, vede e capisce entrambi questi mondi, con la lucidità di un'entomologa e l'emotività di una donna.

Il punto di vista maschile
Nella vita nomade di Irene, il grande punto di riferimento quando torna a Roma è Andrea, il suo ex. Sembra un rapporto perfetto: nessuna gelosia, solo una gran voglia di stare insieme e condividere le cose che li appassionano, come due fratelli. Il concetto di maternità mancata nel film viene vissuto dal punto di vista maschile. Infatti Andrea, dopo l’avventura di una notte con una semisconosciuta, scopre che la donna è rimasta incinta e ha deciso di tenere il figlio, che lui voglia o no. Dopo un iniziale rifiuto, Andrea accetta l’idea di diventare padre e di prendersi le sue responsabilità, mentre Irene rimane lo “scapolo” della coppia e vive questa sua decisione quasi come un abbandono.

Vedere il futuro
Il cammino interiore di Irene, l'analisi su se stessa, sul suo futuro umano e professionale, scaturiscono dal confronto con Andrea e con sua sorella Silvia (sposata e con prole), ma sarà una sconosciuta, l'antropologa Kate a fornirle lo specchio in cui guardare un suo ipotetico avvenire. Kate è una vestale della libertà e dell'indipendenza femminile, single come la nostra agente.

La libertà non esiste
È vero che la libertà può fare paura e essere scambiata per solitudine, ma in verità la libertà in se stessa non esiste, è sempre un compromesso. L’unico  vero atto di libertà è scegliere a cosa rinunciare. Alla fine del film Irene avrà fatto la sua scelta: proseguire felicemente nella sua vita nella consapevolezza di ciò a cui sta rinunciando.